Nel libro di Arnold Schwarzenegger ci sono consigli, principi e inevitabilmente anche cose già sentite. Ma quello che mi è rimasto davvero è altro: la determinazione con cui ha affrontato ogni fase della sua vita.
Ho iniziato Renditi utile pensando di leggere uno dei tanti libri sulla crescita personale.
Sette regole.
Esperienze di vita.
Consigli su obiettivi, lavoro, disciplina.
La struttura, in fondo, è quella.
E alcune idee non sono nemmeno particolarmente rivoluzionarie.
Avere una direzione. Lavorare sodo. Imparare dagli errori. Restituire qualcosa agli altri.
Concetti che abbiamo già incontrato decine di volte.
Eppure il libro mi è rimasto in testa.
Non tanto per le sette regole.
Quanto per la persona che le racconta.
Perché, pagina dopo pagina, emerge una caratteristica che attraversa praticamente tutto ciò che Arnold Schwarzenegger ha fatto nella sua vita:
una determinazione quasi ostinata.

Non aspettare che qualcosa succeda
Una delle cose che colpiscono nella sua storia è quanto poco spazio sembri lasciare all’attesa.
Decide cosa vuole ottenere e comincia a costruire il percorso per arrivarci.
Non significa che tutto funzioni.
Non significa che non ci siano errori, fallimenti o circostanze fuori dal proprio controllo.
Significa però non rimanere immobili aspettando che compaiano le condizioni perfette.
È una differenza che sembra piccola, ma non lo è.
Quante volte diciamo:
lo farò quando avrò più tempo.
quando sarò più preparato.
quando arriverà l’occasione giusta.
quando la situazione sarà migliore.
Il problema è che la situazione perfetta ha una brutta abitudine:
raramente arriva.
Schwarzenegger racconta invece una vita costruita spesso mentre le condizioni erano tutt’altro che perfette.
Ed è probabilmente questo l’aspetto che mi ha colpito maggiormente.
La determinazione non è entusiasmo
Tendiamo a confondere determinazione e motivazione.
Ma non sono la stessa cosa.
La motivazione è fantastica quando c’è.
Ti fa iniziare un progetto, studiare qualcosa di nuovo, allenarti, cambiare un’abitudine.
Poi arriva un martedì qualsiasi.
Sei stanco.
Il risultato non arriva.
L’entusiasmo iniziale è sparito.
Ed è lì che la motivazione mostra il proprio limite.
La determinazione è diversa.
Non richiede necessariamente entusiasmo.
È continuare anche quando quello che stai facendo è diventato meno interessante di quanto sembrasse all’inizio.
Ed è probabilmente molto meno affascinante da raccontare.
Non c’è il grande momento cinematografico.
Ci sono centinaia di piccoli momenti nei quali sarebbe molto più facile dire:
“Lasciamo perdere.”
Prima costruisci. Poi raccogli.
C’è un altro elemento che attraversa buona parte del libro: la capacità di ragionare sul lungo periodo.
Molti risultati sembrano improvvisi quando li guardiamo dall’esterno.
Vediamo qualcuno quando arriva.
Molto meno frequentemente vediamo gli anni durante i quali stava semplicemente andando.
È facile osservare una carriera conclusa e costruire una narrazione lineare:
ha deciso, ha lavorato, ha avuto successo.
La realtà è probabilmente molto meno ordinata.
Ci sono tentativi.
Deviazioni.
Errori.
Occasioni perse.
Decisioni che funzionano e altre che non funzionano.
Ma se continui abbastanza a lungo nella stessa direzione, qualcosa comincia ad accumularsi.
Competenze.
Esperienza.
Relazioni.
Credibilità.
Possibilità.
Il risultato finale raramente nasce dal singolo grande colpo.
Più spesso nasce da quello che hai costruito quando apparentemente non stava succedendo nulla.
Non tutto nel libro mi sembra nuovo
Ed è giusto dirlo.
Renditi utile non contiene sette idee mai formulate prima nella storia dell’umanità.
Alcuni passaggi appartengono pienamente al linguaggio classico della crescita personale.
Fissa obiettivi.
Lavora.
Non cercare scuse.
Continua a imparare.
Aiuta gli altri.
Se leggessimo soltanto l’elenco, potremmo tranquillamente pensare:
“Va bene Arnold, grazie.”
Ma credo che sarebbe perdere il punto.
La forza del libro non è tanto nell’originalità assoluta dei principi.
È nella credibilità che acquistano attraverso il percorso di chi li racconta.
Quando qualcuno ti dice di perseverare è un consiglio.
Quando poi osservi quante volte quella persona ha cambiato contesto, ricominciato da capo e provato a raggiungere qualcosa per cui inizialmente sembrava fuori posto, lo stesso consiglio assume un peso diverso.
Il rischio della narrazione del successo
C’è però una cautela che secondo me vale per qualunque autobiografia di questo tipo.
Quando una persona ha ottenuto risultati eccezionali è facile ricostruire tutto ciò che ha fatto come se inevitabilmente dovesse portarla lì.
Ma non funziona così.
Possiamo lavorare molto e fallire.
Possiamo prendere una buona decisione e avere sfortuna.
Possiamo essere determinati e non raggiungere comunque l’obiettivo che ci eravamo immaginati.
Il successo non dimostra automaticamente che ogni scelta precedente fosse corretta.
E credo sia importante ricordarlo leggendo libri di questo genere.
La parte utile non è:
“Fai quello che ha fatto Schwarzenegger e otterrai quello che ha ottenuto Schwarzenegger.”
Sarebbe assurdo.
La parte utile è chiedersi:
“Quali comportamenti posso prendere da questa storia e applicare alla mia?”
Ed è una domanda molto più interessante.
Avere una visione serve anche quando cambia
Uno dei messaggi del libro che trovo più interessante è l’importanza di sapere verso cosa ci stiamo muovendo.
Non necessariamente avere un piano dettagliato dei prossimi vent’anni.
Quello rischierebbe di essere fantascienza.
Ma almeno una direzione.
Perché senza una direzione ogni opportunità sembra equivalente.
Ogni difficoltà sembra una ragione sufficiente per fermarsi.
E ogni deviazione rischia di diventare il nuovo percorso semplicemente perché era quella più facile.
Una visione non serve a prevedere il futuro.
Serve a scegliere.
E può tranquillamente cambiare nel tempo.
Cambiare obiettivo non significa necessariamente aver fallito.
A volte significa semplicemente aver capito qualcosa che prima non sapevamo.
“Renditi utile” è forse la parte migliore del titolo
Alla fine, però, la frase che dà il titolo al libro è quella che trovo più interessante.
Renditi utile.
Non “diventa famoso”.
Non “vinci”.
Non “dimostra agli altri quanto vali”.
Renditi utile.
C’è qualcosa di molto concreto in questa idea.
Impara qualcosa che può servire.
Risolvi un problema.
Aiuta qualcuno.
Costruisci qualcosa.
Lascia una situazione leggermente migliore di come l’hai trovata.
È un criterio sorprendentemente semplice con cui valutare anche il proprio lavoro.
Posso avere il titolo professionale più elegante del mondo.
Posso partecipare a venti riunioni.
Produrre presentazioni.
Scrivere documenti.
Rispondere a centinaia di mail.
Ma alla fine rimane una domanda abbastanza brutale:
sono stato utile?
Quello che mi è rimasto
Quando chiudo un libro cerco sempre di capire cosa mi sia rimasto davvero.
Non cosa ho sottolineato.
Non quante pagine ho piegato.
Cosa continua a tornarmi in mente qualche giorno dopo.
Di Renditi utile mi è rimasta soprattutto la determinazione.
Quella capacità di decidere:
voglio arrivare lì.
E poi lavorare sul pezzo successivo del percorso.
Non necessariamente sapendo già come arriverai alla fine.
Non aspettando di sentirti pronto.
Non affidandoti continuamente all’entusiasmo.
Solo continuando.
Probabilmente è anche una delle lezioni meno originali del mondo.
Ma alcune idee non hanno bisogno di essere nuove.
Hanno bisogno, ogni tanto, di essere ricordate.
I’ll be back